mercoledì 29 novembre 2017

LETTERA AL QUIRINALE per un sollecito del DdL sul COGNOME MATERNO fermo al Senato




Sollecito legge cognome materno, anche per conseguenze sentenza 286/2016 della Consulta
di Iole Natoli  


Egregio Presidente Mattarella,
stralcio due considerazioni dal contenuto di una petizione da me lanciata giorni fa e inviata oggi ad alcuni esponenti del Senato perché ritengo - spero non a torto - che possano essere di Suo interesse, per la funzione di Capo dello Stato che Ella ricopre.
- Non approvare una legge sul tema entro la fine della legislatura ci esporrebbe a una nuova condanna da parte della Corte di Strasburgo e costituirebbe una giustificata purtroppo lesione dell’immagine pubblica dell’Italia;
- la sentenza n. 286/2016 della Consulta, utile oltre che necessaria per taluni aspetti innovativi, limitando l’acquisizione del doppio cognome ai casi di assenso tra i coniugi (correzione del termine nel commento) ha introdotto nel sistema in vigore una subordinazione evidente.
Se prima il figlio acquisiva il solo cognome paterno per disposizioni di legge estranee alla volontà di entrambi i genitori, nella realtà odierna lo acquisisce PER VOLONTA' PATERNA ove il padre non addivenga all'accordo. 
E' uno “stato di minorità” intollerabile e ben più offensivo del precedente, per quelle donne che vorrebbero attribuire il loro cognome ai propri figli e ne vengono impedite dal partner.
Le situazione qui segnalata cozza con i principi stessi della nostra Costituzione oltre che con alcuni articoli della CEDU.
Non è la prima petizione sul tema del cognome materno che io lancio; in precedenza ce ne sono state altre contenenti l’elaborazione di progetti di legge sul doppio cognome nonché emendamenti al testo che era in discussione alla Camera.
Non sono nemmeno l’unica a ritenere grave il vulnus esposto, che deriva dalla sentenza della Consulta. Proprio oggi l’ex deputata Laura Cima, facendo sue le osservazioni espresse nella mia petizione, che ovviamente ha firmato, ha aggiornato una sua petizione del 2014 portando all’attenzione dei suoi sottoscrittori questo punto.
La prego dunque di intervenire per un sollecito, ritenendo che ciò non sia in contrasto con le Sue funzioni ma vi rientri al contrario a pieno titolo.
RingraziandoLa per la cortese attenzione, Le porgo i miei migliori saluti.
Iole Natoli
giornalista pubblicista
____________________
Petizione di riferimento:
APPROVARE l'eterno DdL S. 1628 sul Cognome dei Figli ENTRO LA FINE DELLA LEGISLATURA
Decisori:
Presidente del Senato, Pietro Grasso
Vice Presidente del Senato, Rosa Maria di Giorgi
Vicepresidente 2ª Commissione Permanente, Maurizio Buccarella
Vicepresidente 2ª Commissione Permanente, Felice Casson
Senatore Sergio Lo Giudice
29.11.2017
© Iole Natoli
ideatrice del primo progetto italiano di doppio cognome per i figli (1979)
e fautrice dell’abolizione del 143-bis c.c. (cognome coniugale per la donna)

venerdì 27 ottobre 2017

GPA / SUI “CONTRATTI” E SUL DIRITTO ITALIANO


Quando nel 1979 cominciai a scrivere sul cognome materno, formulando per la prima volta nella Repubblica Italiana le indicazioni per una proposta di legge basata sul doppio cognome (nel Regno d'Italia mi aveva preceduta di un secolo il deputato pugliese Salvatore Morelli),  non pensavo al cognome materno come fatto a sé stante, ma come espressione simbolica della relazione primaria madre-figlio
A distanza di tanti anni intervengo sulla pratica della Gpa che si vorrebbe introdurre in Italia, mossa dalla stessa convinzione. La relazione madre-figlio non è primaria solo temporalmente, lo è anche per importanza fondante e volerla stravolgere alienando il figlio dalla donna che lo partorisce costituisce una violazione delle norme di natura oltre che del diritto del bambino.
Riporto dunque qui un articolo pubblicato su "Femminismi a confronto e laicità" (link), in quanto lo ritengo inerente al mio tema di sempre.

Sui "contratti" e sul Diritto Italiano
Le incongruenze della Gpa
di Iole Natoli 
Al di là della lesione del diritto naturale del bambino e dello stato di contenitore-oggetto a cui viene ridotta la donna con la pratica della Gpa, temi sui quali ho scritto in altre pagine del blog (link), v’è un elemento che non viene mai rilevato e consiste nell’aspetto giuridico di questa “rivoluzione culturale”… che di fatto rivoluzione non è e riporta anzi ai tempi in cui la donna veniva paragonata alla “terra”, inseminata dal maschio padrone.
Il punto centrale della Gpa è per i committenti la certezza che la gestante non possa decidere di tenere con sé il bimbo che ha partorito. Da lì la ricerca di contratti preimpianto, che garantiscano il “licenziamento” della partoriente a risultato ottenuto. In questa direzione si colloca la proposta dell’Associazione Luca Coscioni (link), fantasiosamente definita “gestazione etica” che con l’Art. 1 prevede:
«Per gestazione per altri s’intende quella di una donna che volontariamente e liberamente ospita nel proprio utero, fino al termine della gravidanza, un embrione prodotto attraverso le tecniche di fecondazione in vitro e che, prima dell’inizio della gestazione, si è impegnata con atto irrevocabile, da sola o unitamente alla persona con cui è sposata o è convivente, a partorire il figlio del genitore o dei genitori e a rinunciare a qualsivoglia diritto genitoriale sul bambino che nascerà. Tutti i soggetti qui coinvolti accettano integralmente il contenuto del successivo articolo 6 con dichiarazione inclusa nell’atto di cui al successivo articolo 5».
Il tutto confortato da un atto definito dall’art.5, che assume il preciso valore di contratto.

La stesura di un simile progetto denota una consistente “distrazione”. Negli USA - non so se dovunque o solo in alcuni stati - in effetti funziona così; in altri luoghi tra quelli che la consentono no, ma questi ultimi non sono tra i più gettonati dai committenti. Da noi una simile prassi contrattuale non potrebbe rientrare nel Diritto e non solo perché postula l’alienazione “volontaria” della donna, ma per un fatto per così dire “a monte”.

Da noi le leggi prevedono che il genitore possa e debba esercitare la responsabilità (ex potestà) genitoriale SOLO nell’interesse del figlio e in rappresentanza legale di quest’ultimo. Al di fuori di tale situazione la sua azione legale è interamente nulla.
Ora, visto che il figlio al tempo dell’impianto ancora non c’è, come potrebbe un qualsiasi aspirante futuro (e conseguentemente anche ipotetico) genitore di qualsiasi sesso chiedere allo Stato italiano di considerare valido un qualsiasi contratto, che potrebbe aver valore solo se all’embrione venisse riconosciuto lo Statuto di Persona, che di fatto non ha?
Non diciamolo ad Adinolfi, altrimenti pur di giungere all’abolizione della legge sull’aborto si converte e sposa la causa della Gpa…                                

27.10.2017


© Iole Natoli  
(link)

venerdì 6 gennaio 2017

COGNOME MATERNO / la sentenza n. 286/16 della Corte Costituzionale


DUE SENTENZE E UN DISEGNO DI LEGGE A CONFRONTO
di Iole Natoli *

Il 21 dicembre 2016 è stata depositata la sentenza della Consulta, riguardante una richiesta di aggiunta del cognome materno (->∆). Il caso su cui la Corte si è pronunciata riguardava un bimbo nato in costanza di matrimonio e titolare di doppia cittadinanza, che veniva identificato in Brasile con il doppio cognome, paterno e materno, e in Italia con il solo cognome del padre.
La Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di quanto viene usualmente desunto da alcuni articoli del codice civile, da un articolo del regio decreto n. 1238 del 1939 (Ordinamento dello stato civile) e da altri articoli del D.P.R. n. 396 del 2000 (Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile), nelle parti in cui non consentono “ai coniugi, di comune accordo, di trasmettere ai figli” al momento della nascita nonché in quello dell’adozione, “anche il cognome materno”.
Quasi scontate appaiono tali conclusioni dopo la sentenza di Strasburgo del 2014; molto meno, invece, le motivazioni addotte, che non mi sembra siano state fin qui analizzate compiutamente dalla stampa e persino dai giuristi.
Preliminarmente rilevo che:
- la pronuncia è limitata, com’era ovvio e come quindi si prevedeva, al ricorso in questione e alla sua tipologia, ovvero ai casi di doppio cognome da attribuire alla nascita o all’atto dell’adozione, in presenza di accordo tra i genitori;
- si registra il termine “trasmissione” in relazione al cognome, utilizzato dalla Corte Europea e dunque in qualche modo legittimato, benché l’ordinamento giuridico italiano lo abbia in altre occasioni negato (Tribunale ordinario di Palermo, 1982 ->) insistendo sull’attribuzione ipso iure del cognome e definendo la natura di tale atto come “estensione” del cognome dal genitore al figlio (orientamento che viene peraltro ribadito in questa stessa sentenza della Consulta);
- si trova esplicito riferimento alla discriminazione nei confronti della donna e alla lesione della pari dignità dei genitori, con citazione della sentenza di Strasburgo del 7 gennaio 2014 determinata dal caso Cusan-Fazzo.
Ciò che invece nella sentenza della Corte Europea era assente e che trova posto nella sentenza della Corte Costituzionale italiana, inizialmente con una qualche circospezione e in altri punti con maggiore forza, è il diritto del figlio. 
Sotto la sigla ”Considerato in diritto” leggiamo:
«Nella famiglia fondata sul matrimonio rimane così tuttora preclusa la possibilità per la madre di attribuire al figlio, sin dalla nascita, il proprio cognome, nonché la possibilità per il figlio di essere identificato, sin dalla nascita, anche con il cognome della madre».

“Possibilità” per il figlio fin qui e non ancora “diritto”. Subito dopo l’argomentazione si fa invece stringente:
«3.4.– La Corte ritiene che siffatta preclusione pregiudichi il diritto all’identità personale del minore e, al contempo, costituisca un’irragionevole disparità di trattamento tra i coniugi, che non trova alcuna giustificazione nella finalità di salvaguardia dell’unità familiare».

Ancora:
«La piena ed effettiva realizzazione del diritto all’identità personale, che nel nome trova il suo primo ed immediato riscontro, unitamente al riconoscimento del paritario rilievo di entrambe le figure genitoriali nel processo di costruzione di tale identità personale, impone l’affermazione del diritto del figlio ad essere identificato, sin dalla nascita, attraverso l’attribuzione del cognome di entrambi i genitori.

Viceversa, la previsione dell’inderogabile prevalenza del cognome paterno sacrifica il diritto all’identità del minore, negandogli la possibilità di essere identificato, sin dalla nascita, anche con il cognome materno».
Attenzione, non «negandogli la possibilità di essere identificato» alla nascita «con il cognome materno» in luogo del paterno, ma di averli fin dalla nascita entrambi. Non averli entrambi configura espressamente per la Consulta un sacrificio del diritto del minore.
Ed è su questo che la sentenza della Corte Costituzionale italiana si distanzia, seppur sommessamente, dalla sentenza della Corte Europea, che si era limitata a rilevare come la prevalenza assoluta del cognome paterno determinasse violazione dell’art. 14 (divieto di discriminazione) in combinato disposto con l’art. 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare), emettendo così una sentenza che valutava esclusivamente il diritto degli adulti, laddove quella della Consulta, pur accogliendo gli stessi principi e le stesse considerazioni, postula l’inviolabilità di un altro diritto, quello del bambino, ovvero del figlio al momento della nascita (o dell’adozione).
«3.4.1.– (…) la distonia di tale norma rispetto alla garanzia della piena realizzazione del diritto all’identità personale, avente copertura costituzionale assoluta, ai sensi dell’art. 2 Cost., risulta avvalorata nell’attuale quadro ordinamentale.
Il valore dell’identità della persona, nella pienezza e complessità delle sue espressioni, e la consapevolezza della valenza, pubblicistica e privatistica, del diritto al nome, quale punto di emersione dell’appartenenza del singolo ad un gruppo familiare, portano ad individuare nei criteri di attribuzione del cognome del minore profili determinanti della sua identità personale, che si proietta nella sua personalità sociale, ai sensi dell’art. 2 Cost.».
Viene spontaneo porsi qualche domanda. Perché la Corte afferma che la prevalenza giuridica di un cognome - nella fattispecie di quello paterno - costituisce una preclusione che pregiudica il diritto all’identità personale del minore,  scrive che “la piena ed effettiva realizzazione del diritto all’identità personale (…) impone l’affermazione del diritto del figlio ad essere identificato, sin dalla nascita, attraverso l’attribuzione del cognome di entrambi i genitori, ma evita di giungere da sé alla conclusione che da tali premesse discende, cioè che l’attribuzione del cognome di un solo genitore, che sia quello del padre o della madre, configura violazione del diritto del figlio?
Forse per non smentire in modo diretto la sentenza della Corte Europea emessa proprio per un caso di richiesta (che era stata respinta) di attribuzione del solo cognome materno? Questo aspetto avrà avuto sicuramente il suo peso.
C’è un altro dato, però da considerare: la Corte Costituzionale sa - e non potrebbe non saperlo - che è stata posta in essere nel nostro Stato «un’intensa attività preparatoria di interventi legislativi volti a disciplinare secondo nuovi criteri la materia dell’attribuzione del cognome ai figli», che al momento sono «ancora in itinere».
Dichiarare senza lasciare in ombra proprio nulla che il doppio cognome rappresenta per la Corte l’unica soluzione praticabile, quale attuazione del diritto del minore di cui sopra, avrebbe significato senza dubbio un’intromissione dell’attività giudiziaria, non richiesta da alcuno, nell’attività legislativa del Parlamento, intromissione che avrebbe potuto creare ostacoli al disegno di legge fermo al Senato, mantenendo per tempi non determinabili lo status quo di una normativa dichiarata più volte incostituzionale.
Certo non è da escludere che, qualora la legge delle tre possibilità (doppio cognome o solo cognome del padre o solo cognome della madre) venisse approvata, qualcuno un giorno potrebbe decidere d’impugnarla per lesione del diritto del minore. In tal caso la Consulta sarebbe ufficialmente chiamata a pronunciarsi; non vi sarebbe intromissione alcuna ma esercizio di una funzione statutaria. CHI, però, potrebbe avere un interesse di tal natura? Certamente non uno dei due genitori, casomai un figlio che però alla maggiore età avrebbe, per applicazione di quella legge in fieri, il diritto di aggiungere al cognome avuto quello mancante dell’altro genitore.
Tutto sommato l’eventualità di un’impugnazione appare più probabile per altre cose (->, ->), ad esempio per l’impossibilità del maggiorenne di invertire l’ordine dei due cognomi o di toglierne uno dei due, se non gradito, senza richieste speciali iscrivibili sotto l’umiliante profilo della “concessione”. 
Per il momento non possiamo che rimanere anche noi, come la Consulta, «in attesa di un indifferibile intervento legislativo, destinato a disciplinare organicamente la materia, secondo criteri finalmente consoni al principio di parità», dato che il DdL 1628 ancora fermo al Senato, per quanto imperfetto sotto più punti di vista, appare molto meno criticabile del perdurare di una situazione illegittima, che trae solo dalla mancata opera del legislatore la sua offensiva e inaccettabile forza.

6.01.2017
© Iole Natoli
ideatrice del primo progetto italiano di doppio cognome per i figli (1979)
e fautrice dell’abolizione del 143-bis c.c. (cognome coniugale per la donna)