venerdì 6 gennaio 2017

COGNOME MATERNO / la sentenza n. 286/16 della Corte Costituzionale


DUE SENTENZE E UN DISEGNO DI LEGGE A CONFRONTO
di Iole Natoli *

Il 21 dicembre 2016 è stata depositata la sentenza della Consulta, riguardante una richiesta di aggiunta del cognome materno (->∆). Il caso su cui la Corte si è pronunciata riguardava un bimbo nato in costanza di matrimonio e titolare di doppia cittadinanza, che veniva identificato in Brasile con il doppio cognome, paterno e materno, e in Italia con il solo cognome del padre.
La Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di quanto viene usualmente desunto da alcuni articoli del codice civile, da un articolo del regio decreto n. 1238 del 1939 (Ordinamento dello stato civile) e da altri articoli del D.P.R. n. 396 del 2000 (Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile), nelle parti in cui non consentono “ai coniugi, di comune accordo, di trasmettere ai figli” al momento della nascita nonché in quello dell’adozione, “anche il cognome materno”.
Quasi scontate appaiono tali conclusioni dopo la sentenza di Strasburgo del 2014; molto meno, invece, le motivazioni addotte, che non mi sembra siano state fin qui analizzate compiutamente dalla stampa e persino dai giuristi.
Preliminarmente rilevo che:
- la pronuncia è limitata, com’era ovvio e come quindi si prevedeva, al ricorso in questione e alla sua tipologia, ovvero ai casi di doppio cognome da attribuire alla nascita o all’atto dell’adozione, in presenza di accordo tra i genitori;
- si registra il termine “trasmissione” in relazione al cognome, utilizzato dalla Corte Europea e dunque in qualche modo legittimato, benché l’ordinamento giuridico italiano lo abbia in altre occasioni negato (Tribunale ordinario di Palermo, 1982 ->) insistendo sull’attribuzione ipso iure del cognome e definendo la natura di tale atto come “estensione” del cognome dal genitore al figlio (orientamento che viene peraltro ribadito in questa stessa sentenza della Consulta);
- si trova esplicito riferimento alla discriminazione nei confronti della donna e alla lesione della pari dignità dei genitori, con citazione della sentenza di Strasburgo del 7 gennaio 2014 determinata dal caso Cusan-Fazzo.
Ciò che invece nella sentenza della Corte Europea era assente e che trova posto nella sentenza della Corte Costituzionale italiana, inizialmente con una qualche circospezione e in altri punti con maggiore forza, è il diritto del figlio. 
Sotto la sigla ”Considerato in diritto” leggiamo:
«Nella famiglia fondata sul matrimonio rimane così tuttora preclusa la possibilità per la madre di attribuire al figlio, sin dalla nascita, il proprio cognome, nonché la possibilità per il figlio di essere identificato, sin dalla nascita, anche con il cognome della madre».

“Possibilità” per il figlio fin qui e non ancora “diritto”. Subito dopo l’argomentazione si fa invece stringente:
«3.4.– La Corte ritiene che siffatta preclusione pregiudichi il diritto all’identità personale del minore e, al contempo, costituisca un’irragionevole disparità di trattamento tra i coniugi, che non trova alcuna giustificazione nella finalità di salvaguardia dell’unità familiare».

Ancora:
«La piena ed effettiva realizzazione del diritto all’identità personale, che nel nome trova il suo primo ed immediato riscontro, unitamente al riconoscimento del paritario rilievo di entrambe le figure genitoriali nel processo di costruzione di tale identità personale, impone l’affermazione del diritto del figlio ad essere identificato, sin dalla nascita, attraverso l’attribuzione del cognome di entrambi i genitori.

Viceversa, la previsione dell’inderogabile prevalenza del cognome paterno sacrifica il diritto all’identità del minore, negandogli la possibilità di essere identificato, sin dalla nascita, anche con il cognome materno».
Attenzione, non «negandogli la possibilità di essere identificato» alla nascita «con il cognome materno» in luogo del paterno, ma di averli fin dalla nascita entrambi. Non averli entrambi configura espressamente per la Consulta un sacrificio del diritto del minore.
Ed è su questo che la sentenza della Corte Costituzionale italiana si distanzia, seppur sommessamente, dalla sentenza della Corte Europea, che si era limitata a rilevare come la prevalenza assoluta del cognome paterno determinasse violazione dell’art. 14 (divieto di discriminazione) in combinato disposto con l’art. 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare), emettendo così una sentenza che valutava esclusivamente il diritto degli adulti, laddove quella della Consulta, pur accogliendo gli stessi principi e le stesse considerazioni, postula l’inviolabilità di un altro diritto, quello del bambino, ovvero del figlio al momento della nascita (o dell’adozione).
«3.4.1.– (…) la distonia di tale norma rispetto alla garanzia della piena realizzazione del diritto all’identità personale, avente copertura costituzionale assoluta, ai sensi dell’art. 2 Cost., risulta avvalorata nell’attuale quadro ordinamentale.
Il valore dell’identità della persona, nella pienezza e complessità delle sue espressioni, e la consapevolezza della valenza, pubblicistica e privatistica, del diritto al nome, quale punto di emersione dell’appartenenza del singolo ad un gruppo familiare, portano ad individuare nei criteri di attribuzione del cognome del minore profili determinanti della sua identità personale, che si proietta nella sua personalità sociale, ai sensi dell’art. 2 Cost.».
Viene spontaneo porsi qualche domanda. Perché la Corte afferma che la prevalenza giuridica di un cognome - nella fattispecie di quello paterno - costituisce una preclusione che pregiudica il diritto all’identità personale del minore,  scrive che “la piena ed effettiva realizzazione del diritto all’identità personale (…) impone l’affermazione del diritto del figlio ad essere identificato, sin dalla nascita, attraverso l’attribuzione del cognome di entrambi i genitori, ma evita di giungere da sé alla conclusione che da tali premesse discende, cioè che l’attribuzione del cognome di un solo genitore, che sia quello del padre o della madre, configura violazione del diritto del figlio?
Forse per non smentire in modo diretto la sentenza della Corte Europea emessa proprio per un caso di richiesta (che era stata respinta) di attribuzione del solo cognome materno? Questo aspetto avrà avuto sicuramente il suo peso.
C’è un altro dato, però da considerare: la Corte Costituzionale sa - e non potrebbe non saperlo - che è stata posta in essere nel nostro Stato «un’intensa attività preparatoria di interventi legislativi volti a disciplinare secondo nuovi criteri la materia dell’attribuzione del cognome ai figli», che al momento sono «ancora in itinere».
Dichiarare senza lasciare in ombra proprio nulla che il doppio cognome rappresenta per la Corte l’unica soluzione praticabile, quale attuazione del diritto del minore di cui sopra, avrebbe significato senza dubbio un’intromissione dell’attività giudiziaria, non richiesta da alcuno, nell’attività legislativa del Parlamento, intromissione che avrebbe potuto creare ostacoli al disegno di legge fermo al Senato, mantenendo per tempi non determinabili lo status quo di una normativa dichiarata più volte incostituzionale.
Certo non è da escludere che, qualora la legge delle tre possibilità (doppio cognome o solo cognome del padre o solo cognome della madre) venisse approvata, qualcuno un giorno potrebbe decidere d’impugnarla per lesione del diritto del minore. In tal caso la Consulta sarebbe ufficialmente chiamata a pronunciarsi; non vi sarebbe intromissione alcuna ma esercizio di una funzione statutaria. CHI, però, potrebbe avere un interesse di tal natura? Certamente non uno dei due genitori, casomai un figlio che però alla maggiore età avrebbe, per applicazione di quella legge in fieri, il diritto di aggiungere al cognome avuto quello mancante dell’altro genitore.
Tutto sommato l’eventualità di un’impugnazione appare più probabile per altre cose (->, ->), ad esempio per l’impossibilità del maggiorenne di invertire l’ordine dei due cognomi o di toglierne uno dei due, se non gradito, senza richieste speciali iscrivibili sotto l’umiliante profilo della “concessione”. 
Per il momento non possiamo che rimanere anche noi, come la Consulta, «in attesa di un indifferibile intervento legislativo, destinato a disciplinare organicamente la materia, secondo criteri finalmente consoni al principio di parità», dato che il DdL 1628 ancora fermo al Senato, per quanto imperfetto sotto più punti di vista, appare molto meno criticabile del perdurare di una situazione illegittima, che trae solo dalla mancata opera del legislatore la sua offensiva e inaccettabile forza.

6.01.2017
© Iole Natoli
ideatrice del primo progetto italiano di doppio cognome per i figli (1979)
e fautrice dell’abolizione del 143-bis c.c. (cognome coniugale per la donna)

sabato 30 gennaio 2016

GPA / Dell’assenza del #CognomeMaterno


FARE UN FIGLIO PER ALTRI
o della soggezione patriarcale
di Iole Natoli *

Dea Madre che allatta due gemelli 
da Megara Hyblaea, necropoli ovest
L’idea di "FARE UN FIGLIO PER ALTRI" è sempre stata presente in latenza nelle donne, tranne che nelle società matriarcali. Per quanto le riforme del diritto di famiglia abbiano modificato molte cose nel mondo, opera ancora sotterraneamente il vissuto che ci è stato consegnato dalle nostre madri e antenate. La famiglia è ancora rappresentata dal padre tramite l’uso della patronimia, scarsamente intaccato dalle riforme nei Paesi dove una diversa legge sul cognome dei figli è stata introdotta.
Da noi ad esempio il linguaggio corrente, specie quello di origine chiesastica declinato da certi politici, descrive la famiglia come unione dell'UOMO con la DONNA - in barba all'ordine alfabetico cui si ricorre in altre circostanze - ponendo l'uomo a ORIGINE INDISCUSSA della vita, della "stirpe", dei figli.
Possiamo dunque ricercare mille concause atte a favorire l’idea che l’utero in affitto o la GPA possano esistere, ma all’origine c’è l’alienazione della donna nella struttura patriarcale, la scissione della GENERATRICE dal GENERATO, la cancellazione della MADRE operata nelle diverse società e nei vari culti, mediante la sovrapposizione maschile di un Padre-Dio.

30.01.2016
© Iole Natoli
(linkideatrice del primo progetto italiano di doppio cognome per i figli (1979)
e fautrice dell’abolizione del 143-bis c.c. (cognome coniugale per la donna)


giovedì 28 gennaio 2016

Cognome Materno assente / Il precedente storico dell’Utero in Affitto


Dall’occultamento della Donna nel Cognome dei Figli all’attacco alla Maternità della Donna
di Iole Natoli *
[brano tratto da un più lungo articolo sulla GPA, pubblicato il 29.12.2015 sul Blog “Femminismi a confronto e laicità(link)]
Multiplo di "Danza tribale" © IoleNatoli 1998
In un incontro interessante e segnato da qualche contrasto di parte svoltosi il 26 gennaio alla Libreria delle Donne di Milano, Marina Terragni, Daniela Danna e Luisa Muraro hanno affrontato insieme al pubblico il tema dell’”utero in affitto” o “gravidanza per altri”, ponendo l’accento sul valore fondante della relazione materna.
“Le condizioni di prevaricazione spesso atroce cui sono sottoposte queste donne in alcune parti del mondo, ovvero nei paesi più poveri, rischiano di distrarre dal punto centrale, dal riconoscere ciò che si vuol frantumare e dal comprendere da cosa abbia origine il delirio maschile di voler “espropriare” la donna da sé a tutti i costi riducendola al “forno” aristotelico, sottolinea Luisa Muraro. La relazione materna è un bene e come tale va custodita, ricorda (link).
Necessita rilevare però qualcos’altro. A ricorrere alle GPA molto più degli uomini single, etero o omosessuali, sono le COPPIE coniugate, ovvero il duo uomo-donna, in cui la donna accetta di utilizzare l’altra donna, perché non coglie il senso di ciò che in realtà sta facendo: spezzettare l’io di quell’altra inducendole una dissociazione mente-corpo.
Il corpo è mio ma l’utero non lo è, questo organo che credevo mio è invece a disposizione di chi mi paga, serve a confezionare un essere che non mi conoscerà nemmeno o con cui avrò rapporti puramente formali, quasi sempre a distanza, io non sono una persona ma un mezzo, uno strumento per la realizzazione di desideri altrui. Io sono cosa.
Perché una donna fa questo a un’altra donna? Perché rende se stessa una donna-padre, ovvero una semplice donatrice di gamete, pretendendo però di essere madre tanto da nascondere quasi sempre alla figlia o al figlio in quale modo è stato generato?
A questa domanda io rispondo con qualche altra domanda. Come mai solo abbastanza di recente nel mondo le donne hanno cominciato a notare che la patronimia era una strategia d’occultamento simbolico della generatività femminile? Come mai in molti Paesi le donne continuano a collegarsi ai loro figli (e i figli alle loro madri) solo attraverso il cognome del marito, tanto da continuare a prenderlo in quei paesi dove la legislazione prevede che si possa anche a fare il contrario (che cioè il cognome di famiglia sia quello femminile e non quello maschile)? Come mai in Italia si è voluto approvare alla Camera un DDL sul cognome che volutamente ignorasse il concetto di prossimità neonatale, da me espresso in più petizioni (link ved. art. 4) e altri scritti e presente anche nella sostanza, benché non nella sua formulazione concettuale, in altre proposte legislative obbligate a cedere il passo a un DDL livellatore concordato?
Detto in altre parole: bisognava proprio che si arrivasse all’UteroInAffitto o GPA, affinché le donne toccassero con mano cosa si nascondeva in quella pratica di volontario occultamento simbolico della generatività femminile e dunque del valore intrinseco e inalienabile della maternità?”.
Leggi anche “Le trame sotterranee della Storia” su questo Blog (link).

29.12.2015
© Iole Natoli
(linkideatrice del primo progetto italiano di doppio cognome per i figli (1979)
e fautrice dell’abolizione del 143-bis c.c. (cognome coniugale per la donna)

Dal COGNOME MATERNO ancora quasi dovunque assente alla prassi dell’UTERO IN AFFITTO


Le trame sotterranee della Storia
di Iole Natoli *
da una nota pubblicata il 29.12.2015 su Facebook


Crossing-Over ©IoleNatoli, 1984
Oggi ho dato ancora uno sguardo alla recente petizione su Change.org di Snoq Libere (link), nata a seguito della mobilitazione prevista per il 2 febbraio presso il Parlamento francese,  di cui ha informato la femminista Sylviane Agacinski (link). In precedenza non avevo fatto caso al titolo: “No all'utero in affitto: riprendiamoci la maternità!”

giovedì 29 ottobre 2015

Il DDL 1628 sul Cognome dei Figli nell’allegro Paese dei Balocchi

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Come ridurre in perfetto silenzio l’impatto innovativo di una Legge
L’Italia e il condizionamento emotivo delle donne (e degli uomini)
di Iole Natoli


martedì 27 ottobre 2015

Mantenere l'obbligo del COGNOME MARITALE per LA DONNA viola gli artt. 8 e 14 della CEDU - Lettera al Quirinale

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Iniziative per la Legge sul Cognome al Senato (DDL 1628)
LETTERA aperta al Presidente della Repubblica
di Iole Natoli


Il 23 Ottobre ho inviato una lettera al Presidente della Repubblica, pregandolo di leggere la Petizione “Reintrodurre il nuovo 143-bis opportunamente integrato nel DDL 1628 sul cognome: mantenere l'obbligo del cognome maritale per la donna viola gli artt. 8 e 14 della CEDU”, di cui non potevo riportare il testo integrale per limiti di spazio.
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Egregio Presidente Mattarella,
Le segnalo una mia Petizione indirizzata al Senato col titolo: “Reintrodurre il nuovo 143-bis opportunamente integrato nel DDL 1628 sul cognome: mantenere l'obbligo del cognome maritale per la donna viola gli artt. 8 e 14 della CEDU”.
Vi analizzo in che modo la violazione corrente si attui e dimostro che sarebbe stato e sarebbe ancora agevole integrare opportunamente il nuovo 143-bis, per rimuovere ogni eventuale difficoltà ravvisata.
Ne stralcio solamente alcuni punti (in calce il link al testo completo).
In merito al DDL 1628, che dorme da mesi al Senato, dal Resoconto della Camera n. 265 di Giovedì 3 luglio 2014 si apprende che dalla nuova versione del Testo Unificato è stata esclusa la modifica del 143-bis vigente, che dal 1975 obbliga le donne ad aggiungere al proprio il cognome del marito. Ivi leggiamo: «Michela MARZANO (PD), relatore, chiarisce che la nuova proposta di testo unificato presenta talune modificazioni rispetto alla proposta di testo unificato precedentemente presentata ed illustrata. La prima concerne l’eliminazione dell’articolo 1», proposto da Garavini, Nicchi e Gebhard e inizialmente accolto, «che riguardava il cognome dei coniugi, in quanto si tratta di una materia che richiederebbe un autonomo esame ed approfondimento. Si è quindi delimitato l’oggetto dell’esame al solo cognome dei figli».
L’attuale 143-bis, che si è deciso così di mantenere in vita a tempo indeterminato, viola però in identico modo il combinato degli artt. 8 e 14 della CEDU, per il quale l’Italia è stata condannata con la sentenza di Strasburgo del 7 gennaio 2014, dovuta al ricorso Cusan e Fazzo.
L’art. 8 della Convenzione consente infatti a uno Stato di intervenire nella vita privata e familiare dei suoi cittadini solo mediante una legge che “costituisca una misura che, in una società democratica, sia necessaria alla sicurezza nazionale, alla sicurezza pubblica, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione delle infrazioni penali, alla protezione della salute o della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui”.


Quanto all’articolo 14, che enuncia il divieto di discriminazione, questo recita che “il godimento dei diritti e delle libertà riconosciute” nella CEDU “deve essere assicurato senza distinzione alcuna fondata espressamente sul sesso, la razza, il colore” o altre particolari situazioni.
Ora il 143-bis in corso, che interferisce senza reale necessità nella vita privata e familiare della persona, viola manifestamente tale articolo, in quanto istituisce l’obbligo di aggiungere il cognome coniugale solo per la donna e non bilateralmente o quale scelta dei coniugi.
Al Paragrafo 66 della Sentenza di Strasburgo citata si legge che, in relazione a casi precedenti, “la Corte (…) ha stimato che la tradizione di manifestare l’unità della famiglia attraverso l’attribuzione a tutti i suoi membri del cognome del marito non può giustificare una discriminazione nei confronti delle donne”.
Aggiungo che, nelle sue conclusioni, la Corte ha anche rilevato come “una differenza di trattamento nell’esercizio d’un diritto enunciato dalla Convenzione” - che in questo caso è quello di non discriminazione - non deve solamente perseguire uno scopo legittimo”, come garantire ad esempio l’unità familiare o un altro aspetto di pubblico interesse; per la Corte “l’articolo 14 risulta ugualmente violato” se non è ravvisabile un “rapporto ragionevole di proporzionalità tra i mezzi utilizzati e il fine preposto”.
Qui di una qualche proporzionalità non c’è traccia e pertanto nessuna pretesa unità familiare è difendibile tramite l’unilaterale e sproporzionale obbligo imposto alle donne di aggiungere al proprio il cognome del coniuge e qualunque donna coniugata potrà ricorrere legalmente per far sparire l’art. 143-bis, che si è deciso di voler mantenere nell’ordinamento odierno dello Stato con l’effetto di diminuire nel concreto la portata del cambiamento che si va ad introdurre, per le ragioni che esplicito ampiamente   nel testo integrale e che per limiti di spazio non riporto.
Nella Petizione indico anche le facilissime soluzioni proposte alla luce degli artt. 8 e 14 della CEDU, al cui rispetto il nostro Stato è tenuto anche senza una sentenza specifica, che riguardi cioè non i figli ma solamente i coniugi.
Augurandomi, Signor Presidente, che voglia leggere il testo completo della Petizione e che un Suo intervento chiarificatore benché non coattivo possa rientrare nelle funzioni che la nostra Carta costituzionale Le affida, La prego di accettare i miei grati saluti.
Iole Natoli
Blog: “Il cognome materno in Italia nei matrimoni e nelle convivenze” 
(∆-->) http://cognomematernoitalia.blogspot.it/
PETIZIONE su change.org (∆-->)

sabato 28 marzo 2015

Il DDL 1628 al Senato e l’art.143-bis codice civile, o DEL “PATRIARCATO VIVENTE” NELLE LEGGI


SCHIAFFO ALLE DONNE nel 143-bis in vigore che viola gli artt. 14 e 8 della CEDU
di Iole Natoli
Quando nel marzo del 1980 pubblicavo sul quotidiano palermitano L’Ora il mio scritto dal titolo “Ma è proprio obbligatorio il cognome del marito?” (-->) non immaginavo certo che del 143-bis, ovvero dello schiaffo alle donne, avrei dovuto scrivere ancora nel marzo del 2015.
Aggiungo adesso, a quanto esposto giorni fa in una mia relazione (-->) e nella petizione conseguente lanciata il 23 marzo su change.org, alcune considerazioni di giornata, richiamando la sentenza di Strasburgo del 7 gennaio 2014 sul caso italiano Cusan - Fazzo.